Creatività e Talento
Oggi ho avuto il piacere di partecipare ad un workshop dal titolo “L’intelligenza Creativa” tenuto da Irene Bursese, organizzato dal PMI-NIC.
L’evento poneva al centro la creatività, definendone i tre pilastri portanti: talento, energia e metodo.
Il workshop è stato interessantissimo e nei prossimo giorni cercherò di raccontarne l’esperienza fatta e che mi sono portato a casa.
Oggi però vorrei riportare qualche appunto dedicato al talento.
Sul talento ci sarebbe da dire veramente tantissimo.
Solitamente pensiamo al talento come ad una caratteristica che hanno in pochi, che è in grado di liberarsi autonomamente e che una volta accaduto, verrà celabrata da tutti in quanto sinonimo di eccellenza.
Ma cos’è il talento? Ed è veramente una caratteristica “donata” a pochi?
Diversi libri (tra cui *1*) sostengono che il talento sia uno schema, un pattern ricorrente di pensieri, sentimenti, comportamenti che possono essere applicati produttivamente alla vita di tutti i giorni, lavorativa e non.
Questo pattern, chiamato anche filtro comportamentale, è presente in ognuno di noi, ovviamente con diversi gradi di “efficienza” e il fatto che si trasformi o meno in talento, è dovuto esclusivamente al fatto di riuscire a dare loro libero sfogo, riuscendo ad applicarli, per esempio, nella vita lavorativa quotidiana.
Riuscite ad immaginare Michael Jordan dietro ad una scrivania di una banca o Valentino Rossi impiegato in una catena di ristorazione?
E’ difficile ovviamente, ma in entrambi i casi, anche se con risultati probabilmente buoni, non eccellerebbero come riescono a fare nei rispettivi sport.
Il talento quindi lo possiamo definire come l’insieme di comportamenti che ti trovi a praticare più spesso nella vita di tutti i giorni. Quel filtro mentale che ti permette di notare cose o raccogliere stimoli che passano inosservati ad altri.
Per deduzione quindi, la chiave che porta a performance eccellenti è quella che trova una connessione diretta tra talento e ruolo lavorativo.
Questa definizione pone in serio imbarazzo alcuni manager, soprattutto quelli di vecchio stampo.
Per loro, il talento dei collaboratori, doveva passare obbligatoriamente attraverso una tendenza continua al miglioramento non solo dei tratti lavorativamente “più naturali” ma anche, e soprattutto, di quelli che denotavano maggiori debolezze.
Questo portava e porta tuttora molte persone a dedicare e sprecare energie alla disperata ricerca di migliorare quei tratti di sé meno nobili, invece di investire a piene mani su quelli realmente talentuosi.
Ogni manager, e di riflesso anche ogni subordinato, dovrebbe esercitarsi nello svolgimento della SWOT analysis. Rivolgendo questo strumento sia verso se stesso, sia verso gli altri.
Tale tecnica applicata ad un soggetto (persona o progetto che sia) mira al riconoscimento delle forze (Strenght) e debolezze (Weakness) del soggetto stesso, e a quali opportunità (Opportunities) o minacce (threats) ci si possa esporre in caso di utilizzo dell’una o dell’altra.
In questo modo ognuno di noi, riconosciute le proprie forze, può agire costantemente al loro miglioramento, aprendo di fatto la strada per la scoperta del proprio talento, alla sua giusta applicazione produttiva e alla raccolta delle relative opportunità.
I manager, ahimé, hanno un compito assai più arduo: non solo sono chiamati a lavorare sulle proprie forze, ma questa analisi la devono svolgere anche nei confronti dei collaboratori, aiutandoli nella loro ricerca e incanalando i loro sforzi lavorativi nella giusta direzione, evitando di metterli inutilmente sotto pressione per le loro debolezze.
I manager, per rincarare la dose, dovrebbero avere inoltre, la capacità di dedicare attenzione anche alle loro debolezze, senza che questo diventi centrale nella loro attività di crescita costante, ma semplicemente per conoscere meglio se stessi e tentare, di tanto in tanto, di migliorare anche questi ultimi aspetti.
Il mantra dei grandi manager dice:
“Le persone tendono a non cambiare il proprio comportamento.
Non perdere il tuo tempo nel tentare di porre al loro interno ciò che all’origine è stato lasciato fuori.
Cerca invece di tirare fuori ciò che è rimasto ancora dentro…sappi che questo, di per sè, è già abbastanza arduo.”
Alla prossima.
bibliografia:
*1*
“First, break all the tules. What the world’s Greatest Managers do Differently”Marcus Buckingham and Curt Coffman
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