Laboratorio di Coaching
In questo post vi racconto della mia esperienza sul coaching dopo alcune letture, indagini e attraverso un workshop dedicato al tema.
Oggi ho avuto il piacere di partecipare ad un workshop sul coaching organizzato da The Change Partenership Italia a Milano.
La mia curiosità riguardo al coaching, è nata dopo aver preso visione di un corso multimediale del sole 24ore della collana management e leadership. Una delle lezioni riguardava appunto la costruzione della squadra vincente attraverso l’operato del manager coach.
Quella lezione mi incuriosì parecchio in quanto approfondiva temi per me interessantissimi: il talento proprio e dei collaboratori (vedi post pregresso), come facilitarne la scoperta, come infine il coaching potesse essere strumento concreto per lo sviluppo del team di progetto.
Qualche ricerca nei giorni seguenti mi fece scoprire che dietro al coaching c’è un mondo molto simile a quello del project management.
Esistono differenti organizzazioni internazionali che normano e promuovono la professione del coach.
Una delle più importanti è ICF (Internation Coach Federation) che prevede certificazioni del tutto simili a quelle del PMI, con pre-requisiti piuttosto stringenti per ottenerle: si parla di diverse ore di formazione, di testimonianze sulla tua professionalità da parte di coach esperti che ti hanno tenuto a battesimo, da numerose ore di professione esercitate presso un numero minimo di clienti.
Insomma qualcosa di piuttosto organico e strutturato che ovviamente è circoscritto da codici etici ferrei, se vogliamo ancor più stringenti di quelli imposti dal PMI. Questo è spiegato dal fatto che facendo coaching si viene a stretto contatto con la personalità dell’interessato e si possono toccare questioni delicate.
Ma certificazioni e burocrazia a parte, la cosa che più mi interessava era capire come le dinamiche del coaching permettessero l’esplorazione del mondo dell’altro e di come questa esplorazione potesse essere utilizzata per favorire l’ottenimento di obiettivi e risultati.
Bene, per fare il coach è necessario in primo luogo mettere un pò da parte se stessi: dedicarsi all’altro e ai suoi problemi, essere empatici e rivolgere la massima attenzione all’ascolto, considerare i punti deboli ma lavorare ancora più attivamente sui punti di forza.
Un continuo fornire stimoli allenanti e verificarne i risultati.
Come per l’atleta : acquisire la tecnica sportiva, allenarla, attendere che il proprio corpo ne faccia patrimonio attraverso la compensazione e, infine, valutarne il risultato in gara. Il coach per uno sportivo è quella persona che dovrebbe fornire indicazioni discrete, indurre alla riflessione, lavorare su specifiche aree allenanti, fornire feedback, non giudizi, supportare insomma l’atleta nella sua sfida.
Lo scopo del manager coach non è quello di fornire soluzioni.
Lo scopo del manager coach è quello di portare il coachee (colui che si sta allenando), in piena autonomia, alla scoperta di una soluzione ai suoi problemi o alla definizione di un piano per il raggiungimento dei suoi obiettivi.
Questo viene fatto dal coach attraverso la formulazione di domande inerenti l’area di studio, utilizzando la propria intuizione o utilizzando, per esempio, tecniche specifiche di astrazione del coachee dal proprio ruolo, che favoriscano l’osservazione della situazione da differenti punti di vista. Non sono un esperto e non me ne vogliano i coach per questa banalizzazione, ma credo comunque che possa rendere l’idea.
Come già detto il coach deve stimolare il coachee e aspettare che arrivi da solo alla soluzione. Questo ha un valore immenso perché è il risultato di un processo cognitivo liberamente espresso dal singolo, non il frutto di un consiglio esterno, spesso tenuto in poco conto.
E tutto questo cosa centra con il project management?
Centra con le performance. Quando il team arranca, è in difficoltà, quando vi sono comportamenti non corretti che i singoli ciclicamente tornarno a ripetere, forse è il momento di agire. A poco serve uno stile autoritario o direttivo in questi casi.
Certo in caso si tratti semplicemente di problemi inerenti la scarsa conoscenza di tecniche o approcci al project management, allora la mera formazione può bastare.
Ma, al contrario, quando il problema è legato a difficoltà imputabili al singolo e che il singolo da solo non riesce a risolvere, allora prepariamo mantellino e tutina da coach e mettiamoci in gioco, non prima però di esserci sottoposti ad un adeguato percorso formativo.
Istruzioni per i naviganti. Il nostro cervello ragiona per schemi, strutture o processi consolidati: esso attiva delle azioni (processo) per ottenere un obiettivo. Quando lo trova, anche se doloroso, utilizzerà sempre quello per quella categoria di obiettivi, difficilmente si porrà in una condizione di ricerca di alternative. Siamo noi a doverlo fare e un coach è sicuramente di aiuto.
…come dite? Vi serve un coach? Beh, tornate tra qualche tempo chissà che non vi possa aiutare!
Sweet dreams!



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