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Agile PMI Certification: News

Qualche news dopo la visione del webcast della presentazione del lancio della nuova certificazione e di qualche ricerca su internet.


 

Oggi ho assistito al Webcast di presentazione della nuova certificazione agile del PMI, che si era tenuto il 17/3 e al quale non avevo potuto paretecipare.

Sembrerebbe che il PMI stesse seguendo con interesse l’evoluzione delle discipline agili, da almeno due anni (marzo 2009) e che nel marzo 2010 abbia deciso di lavorare alla nuova certificazione professionale.

Durante la presentazione, sono state riassunte le informazioni base di cui ho già scritto in questi post (Il PMI e la nuova certificazione “agile” e Agile PM Certification Suggested Books). 

Nella presentazione sono citate le seguenti metodologie come appartenenti alle discipline agili: scrum , xp , kanban , fdd e dsdm.

L’interesse del PMI per la tematica, è risultato evidente soprattutto nel modo in cui è stato rimarcato il messaggio che il PMBOK non debba essere pensato come alla “vecchia metodologia” di conduzione dei progetti.

Esso, invece, rappresenterebbe la cassetta degli attrezzi a dispodizione del project manager:  il “cosa fare“; mentre le discipline agili il “come farlo“. Strumento (PMBOK) e processo di implementazione (Agile).

Papers

Curiosando qua e là nella rete, alla ricerca di qualche papers tra quelli segnalati, ho trovato qualcosa di interessante soprattutto su un paio di autori: Michelle Sliger e Mike Griffiths.

Ecco il risultato delle miei ricerche:

Ah, dimenticavo. Per chi volesse seguire il tema su Twitter ecco il tag di riferimento: #pmiagilecert.

Stay tuned!

Improve the team

Oggi, con questo intervento, voglio consolidare quanto detto in alcuni post passati, a proposito del team e degli approcci per incrementarne competenze e performance (Creatività e talento, Develop the team, management’s challanges).

Propongo idee, metodi e tecniche che vanno in quella direzione.

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Statement of Work

Quanto è importante lo statement of work?

 

 

Wikipedia definisce così lo statement of work (SOW) .

Il PMBOK(r) definisce il SOW come una descrizione “narrata” del prodotto/servizio che il progetto dovrà realizzare e  che  solitamente dovrebbe contenere:

  • le motivazioni di business che spingono l’azienda ad istanziare il progetto (strategia commerciale, adeguamenti legali, avanzamenti tecnologici, ecc.)
  • decrizione dell’ambito del prodotto/servizio: verranno qui descritte le funzionalità, caratteristiche e gli attributi che il prodotto dovrà possedere, preferibilmente messe in relazione alle motivazioni di business sopra descritte
  • piano strategico: gli obiettivi e i tempi che si vogliono perseguire attraverso la realizzazione del progetto

Il PMBOK(r) definisce inoltre che tale documento dovrebbe essere frutto di sforzi fatti internamente all’azienda.

Questo, dal mio punto di vista, è ovvio in quanto chi conosce le reali esigenze che ha l’azienda, quali le necessità da soddisfare e in quale modo, sono solo le persone interne all’azienda stessa.

Il documento compilato potrà quindi essere inoltrato ai fornitori in gara, per poter procedere alla compilazione dell’offerta.

La mia esperienza quotidiana, ahimé, mi dice che quanto sopra scritto non è sempre vero.

Spesso il cliente ci convoca quando ancora non sono definiti completamente strategia e caratteristiche del prodotto, ma semplicemente quando è nata un’idea che lui stesso non ha avuto ancora il tempo di sviluppare, se non in maniera generica.

Ed è proprio a questo punto che capita di incappare in una prima situazione di stallo.
Il cliente crede che la chiacchierata di qualche ora in cui ci ha spiegato per sommi capi cosa desidera, possa essere sufficiente a redigere un’accurata offerta.
Quando poi accenniamo, data la mancanza di dettaglio, alla necessità di esporre in fase di offerta la fatidica “forbice di prezzo” più o meno ampia a copertura dei rischi e delle incertezze date dal mancato dettaglio, nascono spesso le prime incomprensioni.

A quel punto per riappianare la situazione, sfoderiamo la carta della consulenza che noi, in quanto project manager, possiamo erogare al cliente per aiutarlo nella fase di prima analisi e  redazione  congiunta dell fatidico statement of work che servirà, quindi, anche alla redazione di un’offerta più mirata.

Ecco il secondo punto di stallo: il cliente, con fare piuttosto scocciato, ci chiederà “Perché mai ti dovrei pagare per permetterti di farmi un’offerta?”.

Il cliente raramente capisce che quel documento dovrebbe redarlo da solo.

Questo gli permetterebbe realmente di analizzare, capire in profondità, strutturare e dare risposte alle reali esigenze aziendali, creando condivisione tra le persone interne coinvolte e ponendo una prima importantissima pietra miliare per il successo del progetto.

Ecco, questo è lo scenario.
Ovviamente ogni regola esiste per essere smentita o per permettere alle eccezioni di manifestarsi, fiere e splendenti.
Ecco quindi, che nel giro di due settimane mi si sono presentate non una ma due eccezioni a quanto appena raccontato.

La prima riguarda la progettazione di un portale piuttosto corposo, rivolto ad un mercato relativamente nuovo, portale che richiede particolari attenzioni stilistiche, funzionali, navigazionali.

La seconda, diametralmente opposta, riguardante la creazione di un’applicazione aziendale volta ad automatizzare articolati processi di gestione del ciclo di vita dei prezzi di prodotti di una importante azienda multinazionale, in cui entrano in gioco meccanismi composti di approvazione delle richieste, di integrazione con sistemi pre-esistenti, vincoli stringenti di facilità d’uso, necessità avanzate di reporting e business intelligence.

Bene, per entrambi oltre alla richiesta di quotazione, ho ricevuto un dettagliato ed esaustivo statement of work.

In entrambe vengono descritte: la situazione di lavoro iniziale, le motivazioni per cui si vuole intraprendere quello sviluppo, le diverse funzionalità del prodotto, il tutto corredato da esempi mirati e particolareggiati, meccanismi di calcolo, modalità di approccio in funzione delle utenze previste.

Insomma un SOW come “disciplina comanda”.

Certamente quanto fatto dai pm delle due aziende li ha visti impegnati per parecchio tempo, nella revisione dei processi esistenti, in tentativi “infiniti” di coinvolgimento dei colleghi in diverse riunioni, nella redazione dei suddetti documenti e nel rendere partecipe il management.

Quanto fatto da loro, sicuramente permetterà all’azienda di meglio indirizzare i propri investimenti nel perseguire le strategie di business, ottenere quotazione mirate dai singoli fornitori e indirettamente aumentare le possibilità di successo del progetto, dovuta ad una generale maggiore chiarezza intorno ai requisiti di progetto.

Quindi non importa da che parte stiate: se siete il committente dedicate il tempo opportuno per la compilazione del SOW la vostra azienda se ne gioverà, se siete invece chi ha l’incarico di eseguire il progetto, insistete perché il SOW vi venga fornito.

Risks Analysis

Questo post apre un argomento piuttosto interessante: il risk management.
Tratteremo qui alcuni principi base per poi, in futuri interventi, dettagliarne tecniche, modalità e approcci.

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La mia preparazione “PMP”

In un precedente post ho riportato le indicazioni base per affrontare la preparazione alla certificazione PMP del Project Mangement Institute.

In questo post, invece, voglio raccontare il mio viaggio verso quella meta, nella speranza che possa fornire qualche indicazione utile per le persone che stanno per cominciare o che si trovano a metà del guado.

Target Achievement

Lessi della certificazione PMP sul numero di dicembre 2006 di Computer Programming. Mi informai subito dopo e i primi giorni di gennaio 2007 ero già iscritto ad un corso di preparazione alla certificazione.

Il corso durò da Febbraio a Giugno.
Le lezioni erano fissate a distanza di 2/3 settimane l’una dall’altra: nella lezione, di otto ore, venivano coperti diversi capitoli del PMBOK, con l’ausilio di materiale didattico proprio della società; nelle successive due settimane studiavamo e facevamo un test propedeutico alla lezione successiva.
A Giugno finimmo le lezioni con una simulazione del test di certificazione in cui, per un paio di punti percentuali, non superai l’asticella.

I mesi successivi furono estremamente impegnativi per via di improvvise accelerazioni sul lavoro.
Trovare spazio per lo studio era arduo: riuscivo ad applicarmi solo alla sera dopo cena e alcune ore nel week-end, il tutto quindi andava molto a rilento.

Tra settembre e ottobre, però, riuscii a investire molto più tempo nello studio e a novembre (il 22 lo ricordo ancora…capirete perché) ero davanti al mio computer, per eseguire la procedura di prenotazione dell’esame.
Ricordavo che, dopo aver scelto la sede prometric dove mi sarei recato per l’esame, avrei dovuto pagare e poi avrei potuto terminare la procedura di iscrizione.
Sapevo anche che dopo il pagamento ci sarebbe stata la famosa possibilità di essere estratto per l’ispezione ma, che volete, era solo una probabilità del 15%!

Fui estratto.

Il giorno successivo, dopo averci dormito sopra, lessi con attenzione la procedura di ispezione.
Avrei dovuto preparare tutta la documentazione che accertava sia il percorso formativo, sia quello professionale.

Per il primo era necessario fotocopiare i diplomi scolastici e quelli relativi all’istruzione sul project management.
Per il secondo la cosa si faceva un pò più complessa; avrei dovuto preparare una lettera per ogni progetto dichiarato riportante i dettagli del progetto stesso e il mio coinvolgimento; infine far firmare il tutto ai referenti (clienti) dichiarati nei singoli progetti.

I progetti che avevo portato come testimonianza per le famose 7500 di progettazione erano ben diciasette, avrei dovuto preparare diciasette lettere e chiedere testimonianza di veridicità con relativa firma a dodici clienti (alcuni progetti erano per lo stesso committente).

Fortunatamente quando preparai la mia iniziale lettera di candidatura, avvertii tutti i miei referenti di progetto che li avrei citati e a quale scopo; questo mi permise poi di chiedere loro di fornirmi il supporto necessario per procedere all’ispezione.

Dicembre fu impegnato alla creazione della documentazione e intorno al 10 di gennaio 2008, riuscii a preparare il plico e a spedirlo alla sede europea del PMI.

Passarono all’incirca 2/3 settimana e arrivò comunicazione che l’ispezione era terminata con esito positivo e potevo finalmente schedulare la data del mio esame.
Nel frattempo però da metà novembre a metà febbraio non avevo toccato libro e si aggiunsero anche diversi “doveri” lavorativi che non permisero di riprendere in mano la pratica certificazione PMP sino al settembre successivo.
A metà settembre fissai la data per il 25 Novembre e ricominciai a studiare.

Il 25 mi presentai presso il centro prometric e nonostante alcuni problemi con la lingua aggiuntiva (mi era stato attivato i russo!) riusci nell’impresa e superai l’esame.

Infine per darvi qualche dettaglio anche sullo studio effettuato, ecco le pubblicazioni e tra parentesi il numero di ripassi:

  • Le dimensioni del project management – Damiani (una volta)
  • PMBOK – PMI (3 volte)
  • Project Management: A Systems Approach to Planning, Scheduling, and Controlling – Harold Kerzner (2 volte)
  • Project Standard for Project Configuration Management – PMI (una volta)
  • Practice Standard for Scheduling – PMI (una volta)
  • Practice Standard for Work Breakdown Structures – PMI (una volta)
  • Monografie sul critical chain method, critical path method, risoluzione dei confliti (una volta)

Forse troppo, lo so; conosco persone che hanno studiato un paio di volte il PMBOK e hanno dato con successo l’esame, ma io son fatto cosi: le cose le devo fare mie.
L’unico consiglio che mi sento di dare riguarda il kerzner: è un gran libro, leggetelo; riesce a svelare l’aspetto pratico di ogni lato del project management, cosa che il PMBOK, essendo solo una raccolta di linee guida, non fa.

Comprimiamo lo schedule

Lo so, le frasi “comprimiamo lo schedule” o “accorciamo i tempi di consegna” vi fanno venire i brividi; soprattutto negli ultimi tempi sembra essere diventata la frase più in voga e più nominata da clienti o commmittenti di progetto.

Anche da noi in Diesys capita spesso di fare improvvise accelerazioni e questa settimana, per esempio, ha visto impegnato una parte del team nel cercare di comprimere i tempi di rilascio di una deliverable di progetto.
Stiamo infatti sviluppando un’applicazione di trouble ticketing (TicketIT), inizialmente nata per uso interno, che però ci è stata chiesta a inizio settimana in visione da un cliente.

L’applicazione essendo nata per solo uso interno, navigava tranquilla con un rank low-priority, in mari calmi e poco increspati; l’interesse del cliente però ci ha dato lo spunto per metterci alla prova e soprattuto ha imposto una deadline (scade oggi) per la creazione di una demo funzionante.

Vediamo la teoria; quando si parla di compressione dello schedule tornano alla mente studi approfonditi sul PMBOK o letture “agili” fatte qua e là.
Il PMBOK terza edizione [1],  nomina due tecniche precise di compressione: crashing e fast tracking; mentre l’agile software developmente ce ne regala un’altra: lo sprint.

Crashing

Un tipo specifico di tecnica di compressione della schedulazione del progetto eseguita mediante la diminuzione della durata della schedulazione di progetto dopo l’analisi di un certo numero di alternative allo scopo di determinare come ottenere la massima compressione della durata della schedulazione al minor costo aggiuntivo. I sistemi adottati più comunemente per la compressione dei tempi di una schedulazione prevedono la riduzione delle durate delle attività schedulate e l’aumento delle risorse assegnate alle attività schedulate.   [1]

Fast Tracking

Tecnica specifica di compressione della schedulazione del progetto che consente di modificare la logica del reticolo per sovrapporre le fasi che verrebbero in genere svolte in sequenza, come la fase di progettazione e quella di costruzione, o per eseguire in parallelo le attività schedulate. [1]

Sprint

Le metodologie agili invece definiscono uno sprint come una normale iterazione di 2/4 settimane che porta allo sviluppo di una parte perfettamente funzionante di prodotto, poi rilasciata al cliente

Vantaggi e  Svantaggi

Tutte e tre le tecniche hanno ovviamente pregi e difetti.
Il crashing, spesso osteggiato da molti, può portare invece che a riduzioni, ad aumenti di tempi: pensate infatti ad un’attività mediamente complessa, in carico ad uno specifico membro del team, che poi verrà suddivisa su due o più persone. Ci dovrà essere un tempo minimo di passaggio di consegne e una inziale forte dipendenza delle risorse aggiunte dalla risorsa originale.

Il fast tracking da questo punto di vista sembrerebbe essere meno “scomodo”: le risorse aggiunte lavorano su attività diverse.
Aumentano però i rischi complessivi: dobbiamo eseguire parallelamente attività nate per essere svolte in sequenza.

Infine lo sprint è strettamente legato alle metodologie agili e quindi il team deve conoscere ed essere disciplinato nell’eseguire iterazioni che concorrono allo sviluppo di blocchi funzionanti di codice.

Il nostro approccio

In questi giorni abbiamo cercato di mettere insieme le tre tecniche dedicando quattro differenti risorse al progetto.
In primo luogo abbiamo diviso gli interventi in aree funzionali e assegnato ad ogni area una priorità (plan/feature backlog).
Ad ogni risorsa è stata assegnata un’area funzionale e la responsibilità di portare a compimento le specifiche funzionalità (task/backlog).
Tali risorse di fatto stavano mettendo in pratica la tecnica di fast-tracking.
Per ridurre i rischi derivanti dall’esecuzione di differenti attività in parallelo, abbiamo identificato un coordinatore (scrum master?) che funge da collante nel team.
Il coordinatore ha poi di fatto svolto indirettamente anche funzioni di crashing (o di pair-programming) perché spesso si è trovato a sviluppare parti di codice inerenti la stessa attività con altri team di progetto.

Il risultato effettivo finale lo attendiamo nel primo pomeriggio.
Un prima considerazione che può essere tratta riguarda il team che mette in pratica tali tecniche: è necessario che tutti i membri condividano l’obiettivo finale, siano motivati, pronti a mettersi in gioco e soprattutto che abbiano una buona competenza tecnica.

Fortunatamente il mio team ha dimostrato in pieno tali competenze….e voi là fuori, avete fatto esperienze simili?


I marchi citati sono dei rispettivi proprietari.

[1] PMBOK Third Edition  – Project Management Institute

Il viaggio verso la certificazione PMP

Un amico in cui mi chiede informazioni riguardo alla certificazione PMP (Project management Insitute). Ne parlo in questo spazio perché, sebbene non eccessivamente complesso, è piuttosto articolato e riassumerne qui i passi potrebbe essere d’aiuto in generale a tutte le persone interessate alla certificazione.

Innanzitutto è bene partire dal sito del PMI e più in dettaglio dal PMPHandBook che spiega dettagliatamente tutti i passi per l’ottenimento e mantenimento della certificazione: è la bibbia della certificazione PMP.

Pre-requisiti

Esistono alcuni pre-requisiti necessari che permettono alla persona di presentare domanda di candidatura.
Tali requisiti sono:

  • background scolastico
  • ore di formazione specifiche sul project management 
  • esperienza effettiva di conduzione di progetti in almeno uno dei cinque gruppi di processo  (**)

Esistono due differenti categorie di requisiti che vengono pilotate dal background scolastico: diploma di scuola superiore o laurea. Nell’ambito di ognuna devono essere totalizzate un certo numero di esperienza diretta e di ore di formazione.
Le ore di esperienza devono essere maturate negli ultimi otto anni prima della presentazione della richiesta di candidatura.

Esperienza maturata

Chi è in possesso di un diploma di scuola superiore deve dimostrare di aver totalizzato almeno 5 anni/60 mesi, non sovrapposti, di esperienza nel project management, durante i quali almeno 7.500 ore sono state spese nella direzione/conduzione di attività di progetto.

Chi è in possesso di una laurea deve dimostrare di aver totalizzato almeno 3 anni/36 mesi, non sovrapposti, di esperienza nel project management, durante i quali almeno 4.500 ore sono state spese nella direzione/conduzione di attività di progetto.

Formazione

Per entrambe le categorie sopra sono necessarie 35 contact hours.
Una contact hour è equivalente ad un’ora di training o istruzione ricevuta nei modi e presso le strutture che potete trovare qui (*) o nell’Handbook sopraccitato (pag. 8).

L’esame

L’esame si può sostenere presso uno dei prometric center autorizzati e può essere svolto tramite l’utilizzo di un pc o in forma scritta.
L’esame si articola in 200 domande, 175 saranno valutate  e altre 25 no perché introdotte solo a scopo di survey (ma ovviamente non sappiamo quale esse siano e quindi dobbiamo rispondere esattamente a più domande possibile).
La risposta è selezionabile tra quattro possibili.
Il tempo a disposizione è di 4 ore e la percentuale di domande esatte per passare l’esame si articola intorno al 65/70%.
E’ interamente in inglese, ma è possibile richiedere una seconda lingua.
Il costo dell’esame si aggira tra i 350 e i 450 euro a seconda che si è già membri o meno del PMI.

Lettera di candidatura

Bene, questo è il momento più noioso: dobbiamo andare indietro di 8 anni, verificare le ns esperienze, tracciarne le ore di lavoro, verificare che non vi siano sovrapposizioni, in tal caso si possono solo riportare le ore di un singolo progetto, verificare che appartengano alemno ad uno dei cinque gruppi di processo PMI (**).
Ah, non dimentichiamo di riportare i dati relativi al conseguimento di diploma o laurea e all’ottenimento delle famose 35 di contact hours.

Studio

Giunti qui dovreste aver già svolto il corso di preparazione che non è obbligatorio ma, dal mio punto di vista è consigliato.
Consigliato perché solo persone che insegnano e trattano giornalmente questi temi sanno darti indicazioni, suggerimenti, punti di vista, chiavi di lettura che da solo difficilmente riusciresti a fare tuoi.

Da dove parto?

Ovviamente dal PMBOK!
E’ la pubblicazione principe del PMI; è arrivata alla quarta edizione ed è il riferimento su cui si basa l’intero esame.

Attenzione però: pensare di studiare soltanto il PMBOK e sostenere l’esame, potrebbe essere un errore.
L’esame infatti tiene conto del fatto che se tu sei arrivato a poterlo dare, vuole dire che hai dalle 4500 alle 7500 ore di esperienza e questa spazia in tutti i campi del project management; scopo, tempi, costi, qualità, risorse umane, comunicazione, rischi, approvigionamento.
E’ per questo che è consigliata la lettura di altri testi inerenti il project management (vi dice niente il Kerzner?).

Ispezione

Finisco con la ciliegina sulla torta: nel momento in cui avrete terminato il vostro percorso di studio e siete pronti per dare l’esame, all’atto dell’iscrizione, e solo dopo aver pagato, potreste essere estratti per un’ispezione.
La percentuale di probabilità che questo possa capitarvi (indovinate un pò a chi è capitato?) non è chiara alcuni dicono il 10 altri il 15 e altri ancora il 20%.
Se vi dovesse capitare, dovrete dimostrare spedendo tutti i documenti del caso, che quanto dichiarato in termini di background scolastico, formazione e esperienza maturata corrispondano al vero.

Conclusioni

Non vi scoraggiate, assolutamente non fatelo.
I vincoli e le restrizioni imposte, se ci pensate bene, vi tutelano: il valore di questa certificazione è dato anche da queste caratteristiche; il cliente che vi saprà certificato saprà implicitamente della vostra esperienza pregressa e della vostra professionalita.
Lo studio inoltre vi aprirà porte e conoscenze impensate: il valore della mia certificazione non sta nella spilletta con scritto sopra PMP, ma nell’esperienza che ho maturato durante lo studio.

Ovviamente è un viaggio, che può durare diversi mesi e come ogni viaggio c’è da imparare, studiare, lavorare ma alla fine ne sarà valsa la pena.

 


I marchi PMI, PMP, PMBOK sono marchi registrati e appartenenti al Project Management Institute

(*)
A. PMI Registered Education Providers (R.E.P.s)
B. PMI Component organizations
C. Employer/company-sponsored programs
D. Training companies or consultants
E. Distance-learning companies, including an end-of-course assessment
F. University/college academic and continuing education programs

(**)
Initiation
Planning
Executing
Monitoring and Controlling
Closing

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